Messico 1986

Messico 1986

 di Oreste Giannetta articolo letto 4748 volte

Forse più ancora di Pelé, Maradona riesce a trasformare un mondiale in un “One man show”. È l’anima dell’Argentina che bissa il titolo di quattro anni prima, una squadra solida ma non spettacolare. Parte piano, ma nelle sfide decisive a fare la differenza è lui.
DI NUOVO MESSICO – Il torneo del 1986 viene in un primo momento assegnato alla Colombia, ma il Paese sudamericano rinuncia, causa difficoltà economiche, e la FIFA si trova a dover scegliere un sostituto. La spunta il Messico, grazie a strutture ancora in gran parte efficienti, dopo pochi anni dalla prima esperienza. L’imprevisto è però dietro l’angolo, sotto forma di un violento terremoto che scuote il Paese a un anno e mezzo dall’inizio della manifestazione. Solo l’aiuto della comunità internazionale permetterà ai messicani di mantenere l’impegno, organizzando un torneo sufficientemente decoroso. Dal punto di vista prettamente tecnico, l’Italia campione del mondo ha perso tutto il vantaggio accumulato in Spagna. Bearzot ha deciso di insistere sui suoi eroi, ormai avanti con l’età, e nemmeno una campagna di qualificazione agli Europei a dir poco scandalosa gli ha fatto cambiare idea. Chi invece esce dall’Euro 84 con le stimmate della favorita è la Francia di Platini, che vanta il centrocampo più forte del mondo e che si qualifica con facilità. Insieme ai francesi hanno ambizioni la solita Germania Ovest e le sudamericane, Argentina e Brasile. Le qualificazioni lasciano sul campo poche vittime illustri, dall’Olanda, che ormai ha esaurito la vena aurifera degli anni Settanta, alla Jugoslavia, passando per la Svezia. Tornano invece a farsi vivi l’Urss e il Portogallo, mentre desta curiosità la debuttante Danimarca, che saprà stupire.
IL CALCIO DEL DUEMILA – La suspence dei gironi preliminari, con due, e spesso tre, qualificate su quattro, è ridottissima. Argentina e Italia si dividono i primi due posti, pareggiando lo scontro diretto. Alla fine è decisivo l’1-1 della gara inaugurale con la Bulgaria, con rete in apertura di Altobelli, che andrà a segno altre tre volte. Siamo secondi, un piazzamento che si rivelerà esiziale. Il Messico vince il proprio girone davanti al Paraguay e al deludente Belgio, che batte solo l’Iraq, mentre la Francia si scontra contro il “calcio del 2000” di Lobanovski e dell’Urss. I sovietici sommergono l’Ungheria, si sbarazzano del Canada e poi si spartiscono la posta coi francesi, garantendosi il primo posto e lanciando una seria candidatura. Nessun problema per il Brasile che chiude a punteggio pieno, relegando al secondo posto la Spagna, e mostrando un’ottima difesa. Le sorprese maggiori arrivano nei raggruppamenti restanti. La Danimarca domina il suo con tre successi e nove gol fatti, subendone solo uno nel 6-1 all’Uruguay. I danesi, guidati da un Elkjaer in stato di grazia, battono anche la Germania, che come spesso le accade parte piano, e si candidano per il ruolo di sorpresa del torneo. Stesso discorso per il Marocco, che vince il girone davanti a tre europee, nell’ordine Inghilterra, Polonia e Portogallo. Decisivo il successo finale per 3-1 sui lusitani, che li lancia al comando e condanna gli avversari al mesto ritorno a casa.
FUORI LA VECCHIA ITALIA – Dopo le sorprese della prima fase, gli ottavi di finale, novità di questa edizione, si occupano di ristabilire un certo ordine. Apre il Messico, che non ha problemi con la Bulgaria e torna ai quarti dopo quelli del 1970. Il Belgio, che negli anni passati era famoso per la sua concretezza, ingaggia una battaglia del gol contro l’Urss. Nonostante una tripletta di Belanov, i sovietici devono arrendersi. Finisce 4-3 ai supplementari, anche se qualcosa da recriminare c’è, visto che due gol belgi sono segnati in fuorigioco. Mentre il Brasile rifila un poker ad una Polonia ormai decadente, l’Argentina soffre, ma fa suo il derby con l’Uruguay, grazie alla rete di Pasculli. Il raddoppio di Maradona, che chiuderebbe la gara, viene annullato dall’arbitro italiano Agnolin per un dubbio fallo del Pibe, che fino a questo momento si è limitato più a servire i compagni che a fare in proprio. La solita Germania lascia sfogare il Marocco per poi colpirlo nel finale con Matthaus. Sfuma così la possibilità di vedere per la prima volta un’africana tra le prime otto. L’Inghilterra ha la meglio per tre a zero sul Paraguay, con Lineker autore di una doppietta pur se sottoposto a un trattamento “di riguardo” dai difensori avversari, che non gli lesinano colpi proibiti. Intanto, si spegne la Danimarca, che paga l’eccessivo dispendio fisico della prima fase. I danesi vanno in vantaggio, ma nella ripresa pagano dazio alla maggiore concretezza spagnola. Butragueño, con un poker, si candida al titolo di capocannoniere e la Spagna al ruolo di protagonista a sorpresa.
Infine l’Italia, opposta alla Francia grande favorita. La sfida tra i campioni del mondo e i campioni d’Europa nemmeno inizia. Bearzot teme più del dovuto Platini e gli sacrifica in marcatura Beppe Baresi, rinunciando ad un uomo a centrocampo. Mossa suicida, perché Michel colpisce già al quarto d’ora, al termine di una veloce ripartenza proprio in seguito ad una palla persa da Baresi a centrocampo. L’Italia è senza idee e non impensierisce mai il portiere francese. È anzi Fernandez a sfiorare il raddoppio già nel primo tempo, colpendo la traversa, prima che Stopyra, nella ripresa, chiuda il conto. Si torna a casa consapevoli della nostra inferiorità e del fatto che insistere sugli eroi spagnoli sia stato un errore.
LA MANO DE DIOS – In ben tre gare su quattro, sono i calci di rigore a stabilire le semifinaliste. Comincia la Germania, che supera il Messico dopo una gara in sofferenza per l’espulsione di Berthold. La parità numerica viene ristabilita solo nei supplementari, e alla fine la maggior freddezza teutonica ha la meglio sui padroni di casa, probabilmente condizionati dall’importanza dell’evento. Sfuma così, infatti, la loro prima semifinale, mentre la Germania torna tra le prime quattro dopo la finale di Madrid. La sfida più attesa è certamente quella tra Brasile e Francia, che finora hanno mostrato il calcio migliore. Careca sblocca presto il risultato, liberato solo davanti al portiere da una splendida azione corale, ma Platini pareggia già nel corso del primo tempo. Cross da destra e intervento vincente di “Le Roi” sul secondo palo. Nella ripresa entra Zico, che ha sui piedi la palla del match, ma si fa parare un calcio di rigore. Il Brasile vincerebbe ai punti, visti anche i due pali colpiti nel corso dei novanta minuti, ma allo scadere del secondo tempo supplementare rischiano la beffa, quando Stopyra scatta in contropiede e, solo davanti al portiere, viene ostacolato in qualche modo, non riuscendo a concludere. Al giorno d’oggi sarebbe espulsione, ma l’arbitro lascia correre. Si va ai rigori e Socrates sbaglia subito il suo, portando i francesi in posizione di vantaggio. Tutto liscio nei successivi sei tentativi, anche se sul tiro del francese Bellone la palla sbatte sul palo, rimbalza sul portiere e termina in rete, una dinamica che oggi non sarebbe più considerata regolare. A riportare la situazione in parità è sorprendentemente l’errore di Platini, che spara alle stelle, ma per sua fortuna subito dopo il futuro juventino Julio Cesar manda sul palo e Fernandez può segnare e portare i galletti alla seconda semifinale consecutiva.
Nel quarto tutto europeo, il Belgio va avanti nel primo tempo con Ceulemans, ma viene raggiunto in extremis da Señor, dopo una ripresa giocata all’assalto da parte della Spagna. Protagonista del match è il portiere belga Pfaff, che para un po’ tutto e anche ai rigori si rivela decisivo bloccando la conclusione di Eloy. Il Belgio fa invece cinque su cinque e dopo la realizzazione conclusiva di Van Der Elst può festeggiare il suo primo, storico, approdo tra le prime quattro del mondo. L’unica gara decisa entro i novanta minuti è quella tra Argentina e Inghilterra. Sfida sentitissima, per via della guerra scoppiata tra i due paesi quattro anni prima, per il controllo delle Isole Falkland, al largo della costa argentina, territorio d’oltremare del Regno Unito. Fin dai primi minuti si vede in campo un Maradona toccato dalla grazia. Manda ripetutamente nel panico la difesa inglese, ma il risultato non si sblocca. Almeno fino ad inizio ripresa, quando su un pallone impennatosi in area, il Pibe va a saltare con Shilton. Non ci arriverebbe mai, se non alzasse repentinamente la mano sinistra ad anticipare a scavalcare il portiere avversario. Gli inglesi protestano, ma l’arbitro non ha visto ed è l’uno a zero. Passano tre minuti e Diego capisce che è il caso di farsi perdonare. Prende palla a centrocampo, salta in rapida successione gli avversari, che arrancano senza speranze sulle sue tracce, e fredda Shilton dopo averlo messo a sedere. Meno di cinque minuti per il gol più chiacchierato del secolo e per quello più bello, questo è Maradona. L’Inghilterra riesce a trovare la forza per accorciare le distanze col sesto gol di Lineker, rete che gli permetterà di conquistare la classifica marcatori, ma nulla più. L’Argentina ringrazia il suo re e vola in semifinale ed il suo re, in conferenza stampa, dichiarerà di aver segnato “un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano de Dios”.
LA FRANCIA SI FERMA ANCORA – L’Argentina è l’unica sudamericana rimasta in corsa, a tentare di impedire il blitz europeo, e per sua fortuna è opposta alla meno quotata delle avversarie, il sorprendente Belgio. Il primo tempo equilibrato, con i belgi a chiudere in crescendo, illude circa un possibile risultato a sorpresa, ma il primo quarto d’ora della ripresa è ormai il regno di Maradona, lanciatissimo verso il ruolo di protagonista assoluto del torneo. Al sesto minuto, lanciato da Burruchaga, entra in area e beffa Pfaff con un tocco magico di esterno sinistro. Dieci minuti dopo sfonda centralmente palla al piede. La difesa belga sembra aprirsi al suo passaggio, ma in realtà gli avversari sono ubriacati dalle sue finte, che si concludono inevitabilmente col raddoppio che chiude il match.
Il derby europeo tra Germania e Francia è la rivincita della splendida semifinale di quattro anni prima. I tedeschi sembrano più in forma, tanto più che passano già all’ottavo con una punizione di Brehme, sfuggita alla presa del portiere francese Bats. Nella ripresa i ritmi si abbassano e i galletti provano a recuperare, ma vengono beffati da Vöeller nel finale. Niente rivincita, dunque, e seconda finale consecutiva per i tedeschi. La generazione d’oro del calcio transalpino manca, quindi, l’appuntamento col palcoscenico più importante. La sensazione di rigetto è forte, tanto che alla finalina col Belgio i francesi si presentano con molte riserve, conquistando comunque il terzo posto, che eguaglia il suo miglior risultato, risalente al 1958.
IL TRIONFO DI DIEGO – Argentina e Germania Ovest si ritrovano contro due anni dopo l’amichevole, vinta dai primi, che aveva sancito l’esordio in panchina di Franz Beckenbauer. Un precedente che i sudamericani prendono come beneaugurante. Il primo quarto di gara vive sulla tensione. Latitano le occasioni da gol, mentre Maradona è braccato da Matthäus, tanto da innervosirsi e guadagnarsi un cartellino giallo per proteste. Ma è nel momento più delicato che esce fuori l’Argentina come squadra. Sale in cattedra Burruchaga, che poco dopo il ventesimo calcia una punizione pennellata dalla destra. Svetta più in alto di tutti il difensore Brown, sostituto dell’infortunato Passarella, e batte Schumacher, incerto nell’uscita. La reazione tedesca è veemente, ma prettamente fisica, tanto che Pumpido non è mai chiamato in causa sul serio.
Al decimo della ripresa arriva il raddoppio che sembra chiudere i conti. Valdano recupera palla davanti alla propria area e fa partire l’azione di rimessa. Chiede ed ottiene il triangolo da Enrique e si presenta solo davanti a Schumacher, superandolo senza esitazioni. Sembra il colpo del KO, ma i tedeschi hanno mille vite. Beckenbauer, che già aveva inserito Vöeller, tenta la carta dell’attaccante in più, mandando in campo anche Hoeness e ad un quarto d’ora dal termine vede ripagata la pressione. Corner dalla sinistra, sul quale Vöeller anticipa tutti modificando la traiettoria. Sulla palla si getta come un falco Rummenigge, che non lascia scampo a Pumpido. Ora è l’Argentina a sentire le gambe molli, tanto che otto minuti dopo Pumpido non blocca la palla, regalando un altro angolo agli avversari. Il sinistro di Brehme pesca Berthold in area. Torre per Vöeller che, tutto solo davanti alla porta, appoggia agevolmente in rete. Tutto da rifare, dunque, ma tre minuti dopo la Coppa prende definitivamente la via di Buenos Aires. Enrique recupera palla a centrocampo e serve Maradona, per una volta libero da marcature. Il passaggio del Pibe de Oro è un invito a nozze per Burruchaga, che sta arrivando come un treno sulla fascia destra. La difesa tedesca è presa in controtempo e il giocatore migliore della finale ha gioco facile nel superare Schumacher. Il risultato non cambia più e l’Argentina è meritatamente campione del mondo per la seconda volta. È la vittoria di un singolo, anche se in finale i bianco celesti hanno mostrato di essere anche una squadra.
IL CAMPIONE DEI CAMPIONI
Diego Armando Maradona
– Si divide con Pelé la palma di miglior giocatore del XX secolo. Cresciuto nell’Argentinos Juniors, debutta in prima squadra e sfiora la convocazione per il mondiale del 1978. Subito dopo, però, la nazionale diventa il suo regno, in contemporanea al suo passaggio al Boca. Dopo il deludente mondiale del 1982 arriva in Europa, al Barcellona, che lascia dopo due anni per il Napoli. Una prima stagione altalenante e poi, dopo il trionfo nel mondiale messicano, il primo storico scudetto all’ombra del Vesuvio. Sono i suoi anni d’oro. Vince la Coppa Uefa nel 1989 e bissa il successo in campionato l’anno dopo, quando arriva secondo al mondiale italiano. Poi, di colpo, il crollo. Fugge dall’Italia e, tornato in patria, viene arrestato per consumo di cocaina. Prova a risollevarsi a Siviglia e poi col Newell’s Old Boys, tanto da tornare in nazionale per Usa 94. E qui altro colpo di scena: segna con la Grecia per poi essere squalificato per doping e lasciare polemicamente la ribalta internazionale. Il resto è qualche apparizione nell’amato Boca, prima di intraprendere una carriera da allenatore senza acuti che lo porta, infine, sulla panchina della nazionale in vista del mondiale sudafricano.
TABELLINO DELLA FINALISSIMA
Città del Messico, 29 giugno 1986
Argentina
: Pumpido, Cuciuffo, Olarticoechea, Batista, Ruggeri, Brown, Burruchaga (89’ Trobbiani), Giusti, Enrique, Maradona, Valdano.
Germania Ovest: Schumacher, Berthold, Briegel, Eder, Förster, Jakobs, Brehme, Matthäus, Rummenigge, Magath (61’ Hoeness), Allofs (46’ Vöeller).
Marcatori: 22’ Brown(A), 55’ Valdano(A), 73’ Rummenigge(G), 81’ Vöeller(G), 83’ Burruchaga(A).