Brasile 1950

Brasile 1950

 di Oreste Giannetta articolo letto 3357 volte

«Nunca mais meu Brasil». Mai più sarebbe capitata un’occasione del genere al Brasile. Il suicidio sportivo della nazionale verdeoro nel mondiale casalingo ha fatto epoca. Pur potendosi accontentare del pareggio, i brasiliani si fanno sconfiggere dall’Uruguay, campione del mondo per la seconda volta. Mai dire mai, però. Tra quattro anni sarà il momento buono per cancellare quella pagina triste.

L’ITALIA IN GINOCCHIO – Il primo settembre del 1939, poco più di un anno dopo che l’Italia ha riconquistato il titolo iridato, il mondo piomba nell’incubo. La Germania invade la Polonia, dando l’avvio al più sanguinoso conflitto della storia dell’umanità, con sessanta milioni di morti bruciati sull’altare della follia collettiva. Fino al 1943, comunque, l’attività sportiva all’interno delle varie nazioni prosegue, per dare qualche momento di normalità a chi è rimasto a casa e può solo piangere i propri morti. L’ultimo titolo prima dello stop finisce al Torino, che poi farà suoi anche i primi quattro, dopo la ripresa dei campionati. È il Grande Torino di Valentino Mazzola, che lascia le briciole agli avversari e monopolizza la nazionale. Chissà fino quando sarebbe durato il suo dominio, e chissà quale sarebbe stata la sorte dell’Italia in Brasile, se il 4 maggio del 1949 la collina di Superga non si fosse trasformata nella tomba degli eroi granata.
TANTE ASSENZE E UN ESORDIO – Il conflitto mondiale ha cambiato notevolmente il quadro delle favorite al successo finale. Alle Olimpiadi del 1948 hanno destato grande impressione le scandinave Svezia e Danimarca, favorite dal ruolo marginale negli eventi bellici, che le ha preservate da distruzione e morte. Entrambe, però, si trovano presto a dover fare a meno dei giocatori più rappresentativi, fermati dalle leggi anti-professionismo una volta ingaggiati dalle maggiori squadre europee, soprattutto italiane. I danesi, poi, decidono di non partecipare nemmeno, così come fanno le grandi squadre mitteleuropee, dall’Austria all’Ungheria fino alla Cecoslovacchia, oltre ovviamente alla Germania, squalificata dalla FIFA. Manca anche l’URSS, una forza emergente, messasi in mostra in gare amichevoli, ma ancora ritrosa quando si tratta di confrontarsi a livello ufficiale. Ed è assente, a sorpresa, anche l’Argentina, frenata dalla “huelga”, lo sciopero dei calciatori contro i salari bassi, che porterà i migliori di loro, la “Maquina da gol” del River Plate, ad emigrare in Colombia, venendo squalificati dalla federazione. Su tutti, la “saeta rubia” Alfredo Di Stefano, che inizia così il suo rapporto tormentato con la Coppa Rimet. Tra tante assenze, spicca il tanto atteso esordio dell’Inghilterra che, accompagnata dalla Scozia, pone finalmente termine al proprio dorato isolazionismo. Col senno di poi, il tempismo della decisione non si rivelerà uno dei migliori.
GLI AZZURRI SALUTANO SUBITO – Inserita in un girone a tre, per l’assenza dell’India, l’Italia esordisce contro i temibili svedesi. La spedizione era stata fonte di polemiche fin dal viaggio, programmato via mare per la paura che i viaggi aerei ancora incutevano, dopo la tragedia di Superga. Alla lunghezza del viaggio e le difficoltà ad allenarsi (furono a decine, i palloni persi in mare) si aggiungerà un albergo in pieno centro a San Paolo, con tanto di chiassosa festa di San Giovanni alla vigilia della gara. Il vantaggio di Carapellese è illusorio, perché i più freschi scandinavi ci mettono poco a raggiungerci, superarci e distanziarci, con una doppietta di Jeppsson, futuro napoletano. Inutile la rete di Muccinelli nel finale, così come inutile sarà il successo sul Paraguay, che prima aveva diviso la posta con gli svedesi. La fatica minore spetta all’Uruguay, al quale basta travolgere sotto otto gol la Bolivia, in un girone che mancava di Austria e Scozia. Un segnale di buona fortuna che sarebbe stato meglio non sottovalutare. Mentre il Brasile mantiene le promesse, facendo suo il proprio girone davanti alla Jugoslavia, la sorpresa maggiore arriva certamente dal gruppo 2. Le squadre destinate a giocarsi il passaggio del turno sono Spagna e Inghilterra, ma mentre gli iberici fanno fuori facilmente Cile e Stati Uniti, gli inglesi battono i sudamericani per poi andare incontro ad una delle più clamorose sconfitte della storia del calcio. I dilettanti a stelle e strisce, infatti, si impongono per uno a zero con la rete di tal Gaetjens, ala di origini haitiane. A Londra non si riesce a credere al risultato del campo, tanto che un giornale pensa ad un errore di trasmissione via telegrafo del risultato e parla di successo per 10-1. Ormai sfiduciati, i bianchi cedono poi anche alla Spagna nello scontro diretto.
TUTTO GIÀ SCRITTO? - Le quattro squadre superstiti si affrontano, e sarà un evento unico, in un ulteriore girone per decidere chi porterà a casa la coppa alata. Il primo turno di gare sembra già designare il Brasile come vincitore finale. I verdeoro sommergono sotto sette gol l’ambiziosa Svezia, con un poker di Ademir, che in pratica mette in cassaforte il titolo di capocannoniere. Nel frattempo, l’Uruguay si fa imporre il pareggio dalla Spagna, raggiunta peraltro solo nel finale, con una fucilata del capitano Obdulio Varela. A questo punto il destino entra in azione. Al secondo turno dovrebbe andare in scena la sfida sudamericana, ma per incrementare l’interesse viene spostata alla fine. Con lo stato di forma fisica e psicologica del momento, probabilmente il Brasile avrebbe fatto dei vicini un sol boccone e invece, mentre Ademir e compagni replicano lo spettacolo di quattro giorni prima, rifilando sei reti alla Spagna, l’Uruguay rimane in corsa con le unghie e con i denti. La Svezia va per due volte in vantaggio, venendo raggiunta la prima volta da Ghiggia e la seconda da Míguez. Lo stesso Míguez che in mischia tiene aperto il mondiale a cinque minuti dal termine. Aperto per modo di dire, perché appare improbabile che il Brasile non riesca a conquistare almeno un pareggio nella sfida contro un Uruguay che continua a sembrare troppo contratto. Il tutto mentre al Pacaembú di San Paolo la Svezia supera per tre a uno la Spagna e conquista il primo podio della sua storia.
TRAGEDIA AL MARACANÃ – La mattina del 16 luglio tutto è pronto. La festa del popolo brasiliano è stata programmata in ogni particolare, comprese undici limousine destinate a portare in trionfo gli eroi. Compresa la guerra psicologica alla quale sono sottoposti gli uruguayani, che ovunque vadano trovano riferimenti al numero 4, il numero di gol che sono destinati a subire. La tattica sembra dare i suoi frutti, visto che i dirigenti della federazione di Montevideo si dichiarano soddisfatti anche di una sconfitta onorevole. Non la pensa così Obdulio Varela, più di un capitano, più di un leader. Lui la coppa la vuole, anche se sembra l’unico a credere di poterla portare via dal Maracanã. Prima della gara prende da parte i compagni uno ad uno e li sprona con parole semplici ma efficaci. Conclude dicendo: “Ragazzi, oggi ho una gran voglia di correre”. È sufficiente. Al fischio d’inizio in crederci, all’impresa impossibile, saranno in undici.
La gara si trasforma presto in una battaglia. Ghiggia viene falciato due volte, poi, dopo l’occhiataccia ricevuta da Varela, alla successiva occasione colpisce per primo. Il centravanti della Celeste, Míguez, colpisce il palo in contropiede. È come se il destino bussasse una prima volta alla porta dei brasiliani. Nessuno se ne accorge. A inizio ripresa la storia sembra finalmente voler seguire il suo corso, quando Friaça conclude segnando una veloce azione di rimessa, per il tanto atteso vantaggio dei padroni di casa. Varela recupera subito il pallone e corre a protestare con l’arbitro, per un’irregolarità che ha visto soltanto lui. È una manovra psicologica, che smorza l’entusiasmo brasiliano per qualche secondo, permettendo ai propri compagni di ricompattarsi. L’agnello sacrificale sembra, in ogni caso, non avere scampo, almeno fino al ventesimo, quando Ghiggia va via sulla destra e crossa per Schiaffino, che controlla e fredda il portiere.
A questo punto la Seleçao commette l’errore più grosso, non accettando il pareggio, che pure le sarebbe stato sufficiente. All’Uruguay vengono regalati, dunque, ampi spazi per il suo contropiede, come a dieci minuti dal termine, quando Ghiggia buca nuovamente la difesa da destra. Stavolta il futuro romanista, che vestirà anche la maglia azzurra come oriundo, decide di non crossare, visto che il portiere ha fatto un passo verso il centro in attesa proprio del suo traversone. Chiude gli occhi e tira, con tutte le forze, un rasoterra indirizzato sul primo palo. Quando li riapre, la palla è in rete e l’Uruguay è campione del mondo. Gli ultimi giri di lancette, infatti, scandiscono soltanto l’agonia del Brasile, i cui attacchi disordinati si infrangono sul muro celeste. Al fischio finale esultano in undici e piangono in centomila. Non si contano gli infarti e le risse. Qualcuno tenterà anche il suicidio. Il mattino dopo, gli inservienti dello stadio troveranno, ancora sugli spalti, un ragazzo singhiozzante. La Gazeta Esportiva titola “Nunca Mais”: mai più. Mai più si ripeterà una beffa simile, ma l’Uruguay non ha rubato nulla. Varela e compagni si sono meritati l’ingresso nella leggenda con un successo frutto della volontà e della migliore impostazione tattica, soprattutto se messo a confronto con la supponenza degli avversari.
IL CAMPIONE DEI CAMPIONI
Juan Alberto Schiaffino
– Se a Obdulio Varela spetta il ruolo di leader carismatico, “Pepe” Schiaffino ricopre indiscutibilmente quello di leader tecnico. Regista offensivo elegante e raffinato, un solo tocco di palla gli era sufficiente per trasformare un’azione banale in un pericolo per gli avversari. Considerato da molti tra i cinque migliori giocatori di sempre, esordisce a 18 anni nel Penarol, col quale vince 3 titoli prima di trasferirsi nel 1954, a 29 anni, nel Milan. Tre scudetti in sei anni, più una sfortunata finale di Coppa dei Campioni, sono il suo lascito ai rossoneri, oltre all’imprinting dato ad un giovanissimo talento: Gianni Rivera. Nel 1960 passa alla Roma, dove giocherà ancora due stagioni.
TABELLINO DELLA FINALISSIMA
Rio de Janeiro, 16 luglio 1950
Uruguay
: Máspoli, M.Gonzáles, Tejera, Gambetta, Varela, Rodríguez Andrade, Ghiggia, Pérez, Mguez, Schiaffino, Morán.
Brasile: Barbosa, Augusto, Juvenal, Bauer, Danilo, Bigode, Friaça, Zizinho, Ademir, Jair, Chico.
Marcatori: 47’ Friaça(B), 66’ Schiaffino(U), 79’ Ghiggia(U).