Storia delle Nazionali - Portogallo

Storia delle Nazionali - Portogallo

© foto di Daniele Buffa/Image Sport
 di Oreste Giannetta articolo letto 2286 volte

Come in quasi tutta Europa è negli ultimi decenni dell’Ottocento che il calcio sbarca in Portogallo. E come spesso accade, grazie a studenti di ritorno dall’Inghilterra. Curiosamente, o forse non così tanto se si tiene conto dell’importanza dei traffici marittimi nella diffusione di questo gioco, è l’isola di Madeira il teatro della prima gara della quale si abbia notizia, disputata nel 1875 e ancora ricordata con un monumento.

Fautore dell’iniziativa fu Harry Hanton, che poi diventerà presidente del Maritimo. Nel continente, invece, il merito dello sviluppo del movimento calcistico è di Guilherme Pinto Basto, che nel 1888, dopo che i fratelli hanno riportato dall’Inghilterra un pallone regolamentare, organizza una sfida tra portoghesi e inglesi a Lisbona, vinta dai primi per 2-1. Una vittoria che da l’avvio a una rivalità calcistica che nei secoli precedenti si era vissuta invece sui mari.

Cominciano a nascere i primi club, nel 1894 si gioca la prima sfida tra una squadra di Lisbona e una di Porto e nel 1907 il Club Internacional de Futbol va in trasferta a Madrid e batte il locale Fútbol Clube, l’antenato del Real. Questa fervente attività non può che portare alla nascita di una federazione, nel 1914, alla quale dodici anni dopo seguirà l’attuale Federação Portuguesa de Futebol.

Ormai è tempo di prendere il volo anche per la rappresentativa nazionale, il cui debutto è stato frenato dalla Prima Guerra Mondiale. I lusitani prenderanno parte alle Olimpiadi del 1928, ad Amsterdam, ma dopo aver superato Cile e Jugoslavia si arrenderanno sorprendentemente all’Egitto, ai quarti, nonostante la rete di Vitor Silva, primo grande bomber del Benfica, coi suoi 108 gol in 131 presenze.

Tutto questo interesse, però, non porta a grandi risultati per più di 30 anni. Il Portogallo fallisce in serie sia le qualificazioni per i mondiali degli anni Trenta, sconfitto da Spagna e Svizzera, sia quelle degli anni Cinquanta, non dando mai l’impressione nemmeno di avvicinarsi alla fase finale.

Il 1962 sembra essere l’anno buono, anche perché a livello di club il Benfica ha appena preso il testimone dal Real Madrid, vincendo le edizioni della giovane Coppa dei Campioni nel 1961 e proprio nel 1962. In contemporanea, però, la Seleção finisce alle spalle dell’Inghilterra nel girone di qualificazione, complice anche un’inopinata sconfitta per 4-2 in Lussemburgo, nonostante la presenza in campo di tutti i più grandi dell’epoca, da Eusébio a Coluna.

Non va meglio nemmeno nelle qualificazioni ai neonati Europei, che il Portogallo mancherà fino al 1984, ma all’ultimo appello la prima generazione d’oro del calcio portoghese riesce a rompere il digiuno, qualificandosi per il mondiale inglese del 1966 davanti alla Cecoslovacchia, vicecampione in carica, battuta a Bratislava da una rete ovviamente di Eusébio. La Perla Nera trascinerà i suoi a un esordio mondiale spettacolare, contribuendo con l’Ungheria all’eliminazione del Brasile, battuto 3-1, e approdando in semifinale dopo una gara storica contro la Corea del Nord. L’ingresso in finalissima è stoppato da Bobby Charlton, che realizza la doppietta decisiva per i padroni di casa, ma Eusébio si consola andando a segno anche contro l’URSS e guadagnandosi il titolo di capocannoniere con 9 reti.

Chiusa questa prima parentesi gloriosa, il calcio portoghese entra in un nuovo tunnel che dura per tutti gli anni Settanta e ne esce, come detto, con la partecipazione all’Europeo del 1984. Si tratta di una squadra operaia, composta per la quasi totalità da giocatori di Benfica e Porto, le due grandi del calcio portoghese insieme allo Sporting Lisbona, ma che riesce a superare la prima fase a braccetto con la Spagna, eliminando la Germania Ovest campione in carica grazie a un gioco sparagnino, cedendo però alla Francia padrona di casa in semifinale, al termine di una sfida spettacolare e conclusa ai supplementari

A quel gruppo solido, in vista del mondiale messicano che segna il ritorno sul palcoscenico iridato dopo 20 anni, si aggiunge un talento che sembra poter ridare finalmente luce alla scuola lusitana, il ventenne Paulo Futre, stellina del Porto che l’anno dopo guiderà alla conquista della Coppa dei Campioni, vincendo anche il premio di Man of the Match nella finale col Bayern. La sua carriera, nel seguito con l’Atletico Madrid e poi nelle successive rapide puntate tra Francia, Italia e Inghilterra, sarà purtroppo condizionata da troppi infortuni che ne impediranno la definitiva esplosione. In quel 1986 è però integro, ma non può evitare il crollo della sua nazionale, passata dall’esaltazione per il successo al debutto contro l’Inghilterra, alla delusione per le successive sconfitte contro Polonia e Marocco che la condannano all’ultimo posto.

Il già citato successo del Porto in Coppa dei Campioni del 1987 rilancia l’immagine del calcio portoghese a livello internazionale, ma si rivela un fuoco di paglia, anche se il Benfica centra due delle successive tre finali, perdendole entrambe contro PSV e Milan. E peggio va alla nazionale, che manca la qualificazione ai successivi tre mondiali e anche agli Europei del 1988 e del 1992, rientrando in un limbo dalla quale riemerge negli anni Novanta grazie alla seconda generazione d’oro, capace di vincere due mondiali Under 20 consecutivi, nel 1989 e nel 1991. È la generazione di Luis Figo, Rui Costa, Paulo Sousa, Fernando Couto, João Pinto e del portiere Vitor Baia, tra gli altri.

Sarà una generazione di incompiuti, con la maglia della nazionale, nonostante con le squadre di club di tutta Europa siano capaci di raccogliere allori in serie. Il fallimento nelle qualificazioni per USA 94 è il primo segnale, imputabile all’inesperienza. Successivamente arriva il loro ballo dei debuttanti, all’Euro 96. Iniziano alla grande vincendo il girone davanti all’altra novità, la Croazia, ma poi i loro sogni di gloria si infrangono sul gioiello di Karel Poborský, che ai quarti manda avanti la Repubblica Ceca. La successiva mancata qualificazione a Francia 98 viene vista quasi come un affronto a Lisbona e dintorni, anche perché cedere il secondo posto alla quasi debuttante Ucraina è un rospo difficile da mandare giù. Sarà comunque l’ultimo fallimento nelle qualificazioni, per il Portogallo.

L’Euro 2000 viene così considerato l’ultima chance per un gruppo di giocatori che prometteva fuochi d’artificio, ma che si è limitato a sparare a salve. Anche in quest’occasione le cose non cambiano. Prima fase superata di slancio, col girone vinto a punteggio pieno e l’eliminazione di Germania e Inghilterra, doppietta alla Turchia del sorprendente Nuno Gomes, che vale una semifinale tanto attesa e qui, al tramonto dei supplementari, la beffa del golden gol su rigore di Zidane.

Due anni dopo si vola in Asia festeggiando il ritorno a una Coppa del Mondo, stavolta dopo un’assenza di 16 anni, ma con grandi ambizioni date anche dall’aver eliminato l’Olanda nelle qualificazioni, chiuse da imbattuti. È il canto del cigno della generazione d’oro, ormai composta da ultratrentenni che però vogliono mettere a frutto la loro esperienza per riportare in alto la Seleçao, che molti danno come possibile sorpresa. Andrà molto diversamente. Sconfitti dagli Stati Uniti, travolgenti con un poker alla Polonia, e poi battuti dalla Corea del Sud nella gara decisiva, senza neanche la scusa di arbitraggi sfavorevoli che avranno altre vittime dei padroni di casa.

Dalle macerie di una così grossa delusione si rinasce grazie al tecnico campione del mondo col Brasile, Luiz Felipe Scolari, che nel 2003 accetta di sedersi sulla panchina della nazionale che ospiterà l’Europeo seguente e che sembra decisa a portare a casa l’intera posta, questa volta. Scolari può contare sulla rinascita del calcio portoghese anche a livello di club, visto che tra 2003 e 2004 il Porto, guidato da Mourinho, conquista l’accoppiata Coppa Uefa-Champions League tra la sorpresa generale. Ai vecchi Figo, Rui Costa e Fernando Couto, che ostinatamente non mollano, si aggiungono nuovi giocatori di talento. Sia del Porto, come il brasiliano naturalizzato Deco o il solido difensore Ricardo Carvalho, sia del Benfica, l’ala Simão su tutti. E poi c’è un ragazzino di 19 anni che l’estate precedente ha lasciato lo Sporting Lisbona per ricevere la maglia numero 7 del Manchester United e portarla senza sentire alcuna pressione. Si chiama Cristiano Ronaldo, ha modi da spaccone, ma giura già da allora che diventerà il più forte del mondo.

Il suo debutto è buono, segna un gol, peccato che prima la Grecia abbia zittito i 40000 dell’Estádio do Dragão con due reti che le valgono il clamoroso successo nella gara inaugurale. Il Portogallo si riprende, elimina Russia e Spagna, poi fa lo stesso ai quarti contro l’Inghilterra e in semifinale con l’Olanda, presentandosi all’appuntamento con la storia come da previsione, all’Estádio da Luz di Lisbona. Di fronte, serafica, la Grecia, che ha fatto fuori col suo catenaccio le favorite Francia e Repubblica Ceca e che nella finalissima concede il bis, battendo nuovamente i portoghesi con una zuccata di Charisteas nella ripresa. Il dramma è completo, l’occasione della vita è sfumata. Gli ultimi reduci della generazione d’oro vanno in pensione e da adesso il Portogallo diventa un One Man Team, tutto al servizio di Cristiano Ronaldo.

Lui non si fa pregare e due anni dopo, ai mondiali tedeschi, contribuisce tra alti e bassi a portare fino al quarto posto i suoi, che superano la prima fase a punteggio pieno, per poi eliminare le solite vittime, stavolta in ordine inverso, Olanda e Inghilterra. Anche il carnefice che ne stoppa la strada in semifinale è un dejà vu, la Francia dell’ultimo Zidane, che vince il confronto col suo giovane erede, che di lì a qualche anno lo sostituirà nei cuori dei tifosi del Real Madrid.

I successivi Europei, nel 2008, e la Coppa del Mondo del 2010, chiusi rispettivamente ai quarti contro la Germania e agli ottavi di fronte alla Spagna, confermano che al Portogallo manchi sempre qualcosa per riuscire a competere con le big mondiali. E lo stesso vale per l’Euro 2012, chiuso con una nuova semifinale, ma ancora una volta con la sconfitta al cospetto della Spagna, che stavolta ha bisogno dei calci di rigore. Tocca a Cristiano Ronaldo, che nello spareggio mondiale ha vinto il duello a suon di gol contro Ibrahimovic e che ha portato a casa il suo secondo Pallone d’Oro, dare quel quid in più a una nazionale che dell’incompiutezza ha fatto la sua seconda bandiera.