Storia delle Nazionali - Inghilterra

Storia delle Nazionali - Inghilterra

© foto di Daniele Buffa/Image Sport
 di Oreste Giannetta articolo letto 1611 volte

Dici calcio e pensi subito all’Inghilterra. Lì è nato, lì ha iniziato a essere praticato in tutti gli strati della popolazione, lì sono state scritte le regole, lì ancora oggi è una sorta di liturgia pagana con un fascino unico al mondo. Eppure lì di successi a livello di nazionale ne sono arrivati ben pochi.

Ma andiamo con ordine, partendo dalle nebbie del tempo, perché è tra loro che si perdono le origini di un gioco che è documentato essere praticato fin dal Tredicesimo secolo, forse importato dai conquistatori normanni. Certo, di regole nemmeno l’ombra. Per quelle bisogna attendere la metà del diciannovesimo secolo, quando i rappresentanti dei college principali del Regno, da Eton a Cambridge, da Westminster a Marlborough, da Harrow a Rugby, si riuniscono per stilare il primo regolamento, The Cambridge Rules. Siamo nel 1848.

A Rugby però non ci stanno. Loro vogliono continuare a usare le mani e allora se ne vanno, fondando la Rugby Union. Nel 1863, in contrapposizione, nasce la Football Association, anche se in alcune zone si continua a giocare con le vecchie regole. Ci vorrà ancora qualche anno per la definitiva unificazione. Il più antico club a essere fondato, lo Sheffield F.C. nato nel 1857, usa infatti ancora le sue proprie regole. Ma ormai la strada è tracciata, la F.A. si impone e nel novembre del 1871 da il via alla prima competizione nazionale, la F.A. Cup, che nel marzo successivo vede vincere i londinesi del Wanderers F.C., ai quali molti altri ne seguiranno.

Per avere il primo campionato bisogna aspettare l’avvento del professionismo, accettato dalla F.A. nel 1885. Tre anni dopo nasce la Football League e tutte le dodici squadre che ne prendono parte arriveranno ai giorni nostri, alcune ancora protagoniste in massima serie, come l’Everton, il W.B.A., lo Stoke o l’Aston Villa che arriva secondo, superato dal Preston North End.

Nel frattempo, nel 1870, era nata la rappresentativa nazionale, prima ovviamente impossibilitata a esordire dall’assenza di avversari. L’avversario è la Scozia, non potrebbe essere altrimenti, e finisce in parità, con gli inglesi che anzi riescono a rimediare allo svantaggio solo all’ultimo minuto. Sono decenni di dominio assoluto per il calcio britannico, troppo evoluto rispetto a quello degli altri Paesi che solo in quel periodo cominciano a prendere confidenza con quella palla da calciare, spesso e volentieri proprio su input di marinai o commercianti inglesi.

In attesa di altri avversari, non resta che confrontarsi nell’Home Championship, un torneo nato tra le quattro nazioni che compongono il Regno Unito e che vede l’Inghilterra spesso battuta dagli indomabili scozzesi. Si disputerà fino al 1984, con qualche soddisfazione anche per Galles e Irlanda del Nord. Nel 1906 c’è l’annessione alla FIFA e due anni dopo il primo tour oltremanica per sfidare le nazionali dell’Europa Centrale, ma il senso di superiorità degli inglesi è tale che la pace con la federazione mondiale dura poco. Ne escono nel 1928, per tornarci solo subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e prendere parte, finalmente, al primo mondiale, quello del 1950.

Prima di allora l’Inghilterra si era confrontata col calcio internazionale, come Gran Bretagna, solo alle Olimpiadi, vincendo le edizioni del 1900, del 1908 e del 1912, e cedendo malamente a Norvegia e Polonia in quelle del 1920 e del 1936, ma all’esordio iridato c’è grande curiosità per capire se sono ancora loro la nazione guida. Il debutto, 2-0 al Cile con Mortensen a segno, sembra confortare chi li ritiene ancora superiori. Tocca agli Stati Uniti, i parenti poveri che al calcio preferiscono altro. Finirà 1-0 per loro, la giornata più nera per il calcio inglese, più ancora della prima sconfitta interna di tre anni dopo con la grande Ungheria di Puskas, la giornata che fa capire che i maestri inglesi sono stati superati dagli allievi, come dimostrerà la Spagna subito dopo, imponendosi con la rete di Zarra e qualificandosi per il girone finale.

La figuraccia non costa il posto al tecnico Walter Winterbottom, che guiderà i Bianchi fino ai mondiali del 1962, sempre con risultati ben al di sotto delle aspettative e senza mai raggiungere le semifinali. Gli succede Alf Ramsey, che ai suoi ordini era stato in campo proprio in quella partita con gli Stati Uniti. C’è da preparare il mondiale del 1966, che l’Inghilterra ospiterà sui propri campi con l’unico obiettivo della vittoria finale per riconquistare la gloria perduta. Un inizio così così, pareggio senza reti con l’Uruguay, e poi un cammino sempre più convincente che passa dalle vittorie su Messico e Francia nel girone, a quella di misura in una battaglia con l’Argentina, per finire sul 2-1 al Portogallo di Eusébio in semifinale, con la doppietta di Bobby Charlton, di sicuro il più talentuoso degli uomini a disposizione di Ramsey. Nella finale ci sono i tedeschi, che fanno sudare le proverbiali sette camicie portando i padroni di casa fino ai supplementari. A decidere il match sarà il gol fantasma di Geoff Hurst, centravanti del West Ham che già aveva segnato il primo gol inglese e che chiuderà la sua fantastica serata col poker definitivo.

L’Inghilterra sul trono mondiale sembra poter far rinascere il suo strapotere, ma sarà un lampo nel buio, anche se negli Europei seguenti c’è comunque un buon terzo posto che è il miglior piazzamento dei Tre Leoni in un torneo internazionale al di fuori dei propri confini. Seguirà l’eliminazione ai quarti nel mondiale messicano del 1970, con la vendetta tedesca, e poi parecchi anni di oblio, nonostante a livello di club le squadre inglesi dominino la scena internazionale con sette Coppe dei Campioni vinte in otto edizioni tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta.

A fermarne il dominio, più che il campo, è la violenza degli hooligans e la conseguente squalifica dalle competizioni europee dal 1985 al 1990. Tempo utile per riformare il calcio nazionale, per dar vita alla Premier League, per tornare tra le nazioni guida del calcio dei club, ma non per riuscire a far uscire dal tunnel la nazionale, nonostante piccoli segnali incoraggianti, soprattutto nel 1990 col quarto posto mondiale, dopo la sfortunata semifinale persa contro la Germania poi campione, la prima di una serie quasi infinita di uscite di scena ai calci di rigore. Compresa quella dell’Euro 96, ancora in semifinale, ancora contro la Germania che poi sarà campione, stavolta proprio a Wembley, quando tutti si aspettavano che il ritorno a casa del football portasse anche al ritorno alla vittoria dei Bianchi.

Il nuovo millennio sembra ripercorrere la situazione degli anni Ottanta. Club sempre più competitivi e capaci di imporsi in Champions League, come Manchester United, Liverpool e Chelsea, mentre la nazionale raccoglie solo briciole, quasi sempre coi rigori come muro invalicabile. È così nel 2004 e nel 2006, sempre contro il Portogallo, ed è così nel 2012 contro l’Italia. Delusioni che non fanno altro che aumentare la frustrazione nei tifosi, ormai sempre più scoraggiati e legati alle multinazionali del pallone che sono diventati i club, più che alla storia e al fascino della maglia coi Tre Leoni.