Storia delle Nazionali - Grecia

Storia delle Nazionali - Grecia

© foto di Daniele Buffa/Image Sport
 di Oreste Giannetta articolo letto 1847 volte

Patria dello sport nell’antichità e della sua rinascita nell’epoca moderna, con le Olimpiadi risorte ad Atene nel 1896, la Grecia ha faticato molto per diventare competitiva nel calcio, che lì come altrove ha iniziato a essere praticato sul finire dell’Ottocento.

È a Salonicco e al Pireo, i porti principali del Paese, che scoccano le scintille del calcio moderno. Nel capoluogo della Macedonia un gruppo di immigrati di varie nazionalità, tra i quali anche italiani, fonda l’Union Sportif, mentre al Pireo nasce il Piraikos Sindesmos. Ad Atene il là lo da Panagis Vrionis, che ha studiato a Ginevra, giocando nel Servette, e che dalla Svizzera porta i primi palloni di cuoio e con quelli insegna agli amici i rudimenti di questo sport, fondando poi il Podosferikos Sillogos Gudi.

Solo nel nuovo secolo, nel 1906, si giocano le prime gare organizzate tra squadre di diverse città. Il livello è ancora molto basso, se è vero che una rappresentativa della Marina inglese di stanza al Pireo rifila diciotto reti all’Ethnikos, che aveva vinto il primo torneo panellenico battendo il Panellinios, dal quale due anni dopo si staccheranno alcuni dissidenti per fondare il Podosferikos Omilos Athinos, che altri non è che l’odierno Panathinaikos.

Fino agli anni Venti l’attività ristagna. Nascono Olympiakos e AEK Atene, fondate da rifugiati fuggiti dai territori passati in mano turca con la guerra tra 1919 e 1922. Non c’è però ancora una federazione e di conseguenza nemmeno una selezione nazionale ufficiale. Fino al 1926, anno in cui viene fondata la Elleniki Podosferiki Omospondia, affiliata alla FIFA dall’anno seguente. Viene così organizzato il primo campionato, presto dominato da Olympiakos e Panathinaikos, con sporadiche interruzioni dell’AEK e ancor più rare da parte di PAOK e Aris Salonicco.

I primi tentativi di qualificazione alla Coppa del Mondo naufragano di fronte all’Italia, che nel 1934 si impone 4-0 a San Siro, e all’Ungheria, che quattro anni dopo di gol ne rifila addirittura undici, con cinque centri di Gyula Zsengellér, che un decennio dopo disputerà anche tre stagioni in Italia, con Roma e Ancona. E non va meglio nel dopoguerra, una sfilza che sembra infinita di delusioni, con tentativi costantemente frustrati e una sola occasione nella quale si va vicini al colpaccio. Nelle qualificazioni per Messico 70, infatti, la Romania riesce a prevalere per un solo punto, resistendo sul pareggio nella sfida decisiva a Bucarest, nonostante la rete di Dimitris Domazos, bandiera del Panathinaikos, con il quale l’anno dopo centrerà la finale di Coppa dei Campioni, miglior risultato di sempre di una squadra greca, per poi cedere a un Ajax troppo forte.

È questo, dunque, il primo acuto di un calcio greco che fino ad allora era rimasto nell’ombra più buia. Per il secondo bisogna aspettare il 1980, quando la Grecia riesce a inserirsi tra le otto partecipanti all’Europeo in programma in Italia, approfittando di una fallimentare campagna di qualificazione dell’URSS e precedendo l’Ungheria e la Finlandia di un punto, grazie proprio al successo finale contro i sovietici ad Atene, firmato da Takis Nikoloudis, centrocampista dell’Olympiakos. In Italia, poi, la Grecia farà come prevedibile da cenerentola, perdendo contro Olanda e Cecoslovacchia, per poi strappare un punto alla Germania ormai certa del primo posto. L’unico gol, ai cecoslovacchi, lo segnerà Nikos Anastopoulos, per molti il giocatore del secolo in Grecia, bomber implacabile in patria, ma decisamente fallimentare nell’unica esperienza oltre confine, con la maglia dell’Avellino.

Dopo questo primo exploit, la Grecia torna a faticare nelle retrovie del calcio internazionale senza mai sfiorare una qualificazione per oltre dieci anni. Ci riuscirà conquistando finalmente la prima partecipazione a un mondiale nel 1993. Pur con due posti a disposizione per gli Stati Uniti, i greci vincono il loro girone davanti alla Russia, debuttante dopo la dissoluzione dell’URSS, approfittando della crisi dell’Ungheria, dalla quale i magiari tardano ancora oggi a riprendersi. Quella greca è una formazione di onesti mestieranti, il più noto diventerà il giovane attaccante Nikos Machlas, capace di mettersi in mostra anche campionato olandese con Vitesse e Ajax, vincendo pure una Scarpa d’Oro nel 1998.

Ancora una volta, però, la fase finale si rivela fallimentare, anche più che nel 1980. Tre sconfitte senza segnare nemmeno un gol e subendone dieci da Argentina, Bulgaria e Nigeria. Un disastro che alimenta il complesso di inferiorità dei greci, destinato a durare però solo un’altra decina di anni.

La svolta arriva proprio col nuovo millennio. Dopo l’ennesima campagna fallimentare durante le qualificazioni per il mondiale asiatico del 2002, in panchina si siede il tedesco Otto Rehhagel, che alla guida del Werder Brema ha vinto una Coppa delle Coppe e che ha portato il Kaiserslautern sul tetto di Germania da neopromosso, un record. Rehhagel imposta la squadra sul “primo non prenderle”, conscio che in avanti a livello tecnico ha poco da offrire. In questo modo si qualifica per l’Euro 2004 costringendo la Spagna allo spareggio e, soprattutto, trascina i suoi ragazzi a una delle imprese più clamorose della storia del calcio, cioè fin sul tetto d’Europa. Inizia battendo il Portogallo nella gara inaugurale, poi gestisce il colpaccio pareggiando con la Spagna, ed eliminandola, prima di perdere con la Russia con la qualificazione in tasca. Nella fase a eliminazione diretta beffa le due grandi favorite, Francia e Repubblica Ceca, sempre alla stessa maniera. Catenaccio come non lo si vedeva da 50 anni e un unico gol, sufficiente per procedere. Copione che torna utile anche per la finale nella quale a cadere è nuovamente il Portogallo. La decide Charisteas, la cui carriera si dipanerà soprattutto in Germania, ma senza mai brillare.

Così come poco brillano in seguito gli altri protagonisti di quella incredibile cavalcata. I più noti sono Giorgos Karagounis, venti presenze in due anni con l’Inter pre-Calciopoli, Traianos Dellas, allora già in Italia come riserva della Roma, il regista Basinas, il portiere Nikopolidis e il capitano Zagorakis, nominato miglior giocatore del torneo e poi per una stagione, con tanto di retrocessione in B, a Bologna.

Il vero eroe è dunque Rehhagel, che non viene scalfito dalla mancata qualificazione al mondiale del 2006 e che poi riporta i suoi alla fase finale dell’Europeo, nel 2008, chiudendolo però a zero punti dietro a Spagna, Russia e Svezia. Se ne andrà nel 2010, dopo essere riuscito finalmente a riportare la Grecia ai mondiali, in Sudafrica, e aver conquistato anche il primo successo, ai danni della Nigeria, con le reti di Salpingidis e del terzino della Roma Torosidis. Quei tre punti, però, non basteranno a raggiungere gli ottavi e la parabola del tecnico tedesco finirà lì.

Lo sostituisce il portoghese Fernando Santos, ex campione del Portogallo col Porto, che astutamente non cambia l’impostazione della squadra, puntando sempre su un gioco sparagnino. Gli vale altre due qualificazioni e un buon Euro 2012, chiuso ai quarti con un divertente 4-2 subito dalla Germania, dopo aver superato il primo turno dietro alla Repubblica Ceca, ma eliminando la Polonia padrona di casa e la deludente Russia, battuta con la rete di Karagounis, ormai recordman di presenze con la nazionale. La strada per il mondiale brasiliano passa invece dallo spareggio, dopo aver ceduto il primo posto nel girone alla Bosnia. Spareggio vinto sulla Romania grazie al 3-1 del Pireo, nel quale va a segno due volte Konstantinos Mitroglou, nuova stella della squadra, che coi gol messi a segno nelle qualificazioni e con la maglia dell’Olympiakos si è guadagnato a gennaio un ingaggio in Premier League, nel Fulham.