Storia delle Nazionali - Germania

Storia delle Nazionali - Germania

© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
 di Oreste Giannetta articolo letto 1846 volte

Dici semifinali e pensi alla Germania. Nelle sue 17 partecipazioni alla fase finale dei mondiali, la nazionale tedesca non è arrivata tra le prime quattro solo in cinque occasioni. Per fare un paragone, l’Italia ha 8 semifinali contro le sue 12, con lo stesso numero di partecipazioni, mentre il Brasile è a 10, pur avendo preso parte a tutte e diciannove le edizioni.

Eppure gli inizi non sono dei più brillanti, soprattutto perché anche dopo la nascita della Deutscher Fussball-Bund, nel 1900, l’attività calcistica fatica ad unificarsi e solo nel 1962 vedrà la luce la Bundesliga, il primo vero campionato nazionale. Prima di allora le squadre si affrontano in tornei regionali che permettono alle vincitrici di andarsi a giocare il titolo nazionale in gare a eliminazione diretta. La prima edizione si disputa nel maggio del 1903 e vede la vittoria del VfB Lipsia, che in finale batte il Deutscher FC Praga. Sì, Praga, allora parte dell’impero Austro-Ungarico. La squadra della città boema, fondata da ebrei di origine tedesca, si era iscritta alla federazione tedesca (ne era anzi stata una delle fondatrici) contando su regolamenti molto larghi per quanto riguarda la partecipazione delle squadre, data la grande frammentazione di quella parte di Mitteleuropa.

E la Nationalmannschaft? Lei debutta il 5 aprile del 1908 contro la Svizzera a Basilea, con tanto di programma ufficiale che avvisa le signore presenti allo stadio che riceveranno in omaggio una tavoletta di cioccolato ciascuna. Fin da subito in maglia bianca, la Germania perde per 5-3 e confermerà il suo ritardo quattro anni dopo, perdendo 5-1 dall’Austria alle Olimpiadi di Stoccolma.

Negli anni Trenta si comincia a fare sul serio e la Germania è subito protagonista. Alla prima partecipazione mondiale, nel 1934, è subito semifinale dopo aver battuto Belgio e Svezia. La Cecoslovacchia, poi, si rivela troppo forte, ma ci si consola col terzo posto strappato all’Austria. Poco male, l’obiettivo dichiarato solo le Olimpiadi di Berlino in programma due anni dopo. Hitler non vuole sentire ragioni, la vittoria finale è l’unico risultato ammesso in ogni disciplina, per dare lustro alla presunta superiorità della razza germanica. Non gli andrà male come nell’atletica, dove trionferà Jesse Owens, ma dovrà comunque ingoiare il rospo dell’eliminazione ai quarti per mano dei biondi norvegesi. Nel 1938, poi, non basterà neanche l’apporto degli austriaci, costretti a unirsi alla formazione tedesca dopo l’Anschluss, a evitare di finire subito imbrigliati dal verrou svizzero.

Poi il buio, l’orrore della guerra e la faticosa risalita tra gli sguardi ostili del mondo intero. Saltata l’edizione del 1950, la Germania, ora solo Ovest, prende parte al torneo ospitato in Svizzera nel 1954. È il mondiale della Grande Ungheria, che sembra destinata a stravincere a suon di gol, compresi gli otto ai tedeschi che nella prima fase si erano nascosti schierando molte riserve. Invece, in finale, Fritz Walter trascina i suoi a un trionfo che lascia il mondo sbigottito e che lascia anche molti sospetti sulla condizione fisica dei tedeschi.

L’exploit è seguito da anni meno fruttuosi, anche se quattro anni dopo c’è comunque un quarto posto. Solo nella seconda metà degli anni Sessanta la Germania torna a farsi rispettare, subito dopo la nascita della Bundesliga, e lo fa in maniera fragorosa. Nel 1966 si issa fino alla finalissima, ma viene beffata dall’Inghilterra padrona di casa anche grazie al famigerato gol fantasma di Hurst. Quattro anni e la delusione gliela da l’Italia di Valcareggi nell’epica sfida dell’Azteca di Città del Messico. Poi sarà terzo posto e inizierà il lustro più vincente del calcio tedesco. Lo sprint lo da il Bayern Monaco, che dopo decenni di anonimato ha preso possesso del campionato insieme al Borussia Mönchengladbach.

Prendendo a piene mani dalle rose di queste due squadre il tecnico Helmut Schön, in panchina già dal 1964, costruisce la formazione che si qualifica per la prima volta all’Europeo in programma in Belgio nel 1972, vincendolo grazie alle due doppiette in due gare del bomber Gerd Müller, rifilate ai padroni di casa e all’URSS. A questo primo viatico, nel 1974, segue il primo successo in Coppa dei Campioni del Bayern Monaco, il primo di un tris che segue quello dell’Ajax di Cruijff e che fa di Beckenbauer e compagni il modello da seguire del calcio continentale.

Perché questa generazione di campioni entri nella leggenda, però, c’è ancora un’altra cosa da fare, vincere la Coppa del Mondo che proprio la Germania Ovest ospita nel 1974. Le prime due fasi, nonostante la sorprendente e storica sconfitta contro i tedeschi orientali al primo turno, sono solo di preparazione alla finale che tutti attendono, quella contro l’Olanda, che va pure in vantaggio dopo due minuti, su rigore, senza far toccare palla agli avversari. Ma se c’è una cosa nella quale i tedeschi eccellono e nel non mollare mai. E lo dimostrano anche stavolta, rimettendo in sesto la partita con un altro rigore, trasformato da Breitner, per poi vincerla col sigillo ovviamente di Gerd Müller.

A ogni ciclo segue un periodo di rigetto e così è anche stavolta, ma per i tedeschi è tutto relativo. Se ai mondiali del 1978, infatti, si fermano nella seconda fase, agli Europei arrivano altre due finali. La prima nel 1976, persa ai rigori contro la Cecoslovacchia di Panenka e del suo “cucchiaio”. La seconda in Italia nel 1980, vinta sull’ostico Belgio grazie al possente Horst Hrubesch, centravanti dell’Amburgo che è diventato l’antagonista del Bayern e che alla Coppa delle Coppe del 1977 abbinerà, nel 1983, la Coppa dei Campioni.

Non c’è soluzione di continuità nei risultati dei bianchi, che due anni dopo l’Europeo vinto in Italia sfidano proprio gli azzurri di Bearzot nella finale mondiale di Madrid, nella prima di tre finali iridate consecutive, record che sarà poi eguagliato dal Brasile. Gli andrà male, così come quattro anni dopo, ancora all’Azteca, stavolta contro Maradona e la sua Argentina. E andrà male anche nel 1988, nell’Europeo organizzato sui propri campi e chiuso in semifinale contro l’Olanda di Van Basten, poi campione.

Non solo l’Olanda sa aspettare, per vendicarsi, anche i tedeschi hanno la pazienza dalla loro e nel 1990, ancora in Italia come dieci anni prima, si vendicano di Maradona e della sua Argentina portandosi a casa il terzo titolo mondiale nell’ultimo torneo disputato come Germania Ovest, a pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino.

La Germania, finalmente riunita, debutta con l’ennesima finale, quella dell’Euro 92 persa contro la sorprendente Danimarca, alla quale fanno seguito due mondiali fallimentari, secondo i metri di giudizio di quelle latitudini, visto che si concludono con l’eliminazione ai quarti. Nel mezzo, però, l’ultimo trionfo, che comincia a essere datato e che sembra più che altro un exploit. Parliamo dell’Europeo del 1996, nel quale la Germania si affida a onesti mestieranti e a pochi campioni ormai in là con gli anni. Prova ne sia che l’eroe della finale è Oliver Bierhoff, centravanti dell’Udinese che era esploso solo in quella stagione, a 28 anni, e che in seguito giocherà in un Milan crepuscolare, pur conquistando un sorprendente scudetto. È lui, partendo dalla panchina e segnando una doppietta, a ribaltare la finalissima contro la Repubblica Ceca e a dare quella che è ancora l’ultima gioia.

Seguono anni difficili, eppure raramente i tedeschi non arrivano fino in fondo. Col nuovo millennio, infatti, sono subito protagonisti nella finale del mondiale asiatico del 2002, persa di fronte al Brasile e soprattutto a Ronaldo. Quella è la Germania di Rudi Völler, che ha rimesso su qualche muro partendo dalle macerie di un fallimentare Euro 2000, una squadra che però non è ancora sorretta da nuove leve e che due anni dopo, ancora all’Europeo, termina il proprio cammino nuovamente al primo turno.

A questo punto in Germania capiscono che per tornare protagonisti c’è bisogno di programmazione. Si punta sui giovani, la Bundesliga fa passi in avanti da gigante in termini di organizzazione e tutto il movimento se ne giova. A Jurgen Klinsmann, un altro bomber degli anni Novanta, spetta il compito di guidare la squadra nel mondiale casalingo del 2006. Non mancano giocatori di livello, su tutti il bomber Miroslav Klose che si laureerà capocannoniere, e non mancano i giovani come il terzino Lahm, il fantasista Schweinsteiger e l’esterno d’attacco Podolski, ma la giovane età costa cara in termini di esperienza nella semifinale di Dortmund contro l’Italia di Lippi, che vince e si lancia verso il trionfo di Berlino.

Si tratta comunque del primo di quattro piazzamenti consecutivi in semifinale, tra Mondiali ed Europei. Due anni dopo, in Austria, è finale contro la Spagna, che vince con la rete di Torres e inizia il suo ciclo mai visto di trionfi. Il ciclo spagnolo passa anche dalla semifinale mondiale del 2010 in Sudafrica, vinta ancora contro i tedeschi, beffati stavolta da Puyol. L’ultimo atto è l’Europeo del 2012, nel quale stavolta la Germania sembra poter mettere a frutto una generazione di piccoli fenomeni che stanno invadendo l’Europa. A quelli già citati, ormai leader nelle loro squadre, soprattutto il Bayern, si sono aggiunti il portiere Neuer, il difensore Hummels, il mediano Khedira e poi una serie che sembra infinita di trequartisti, Mesut Özil su tutti, ma anche Thomas Müller, Toni Kroos, Mario Götze e Marco Reus. Molti di loro, però, giocano nel Bayern Monaco che ha appena perso la finale di Champions League disputata in casa. Un duro colpo dal quale è difficile riprendersi, come dimostrano nel corso del torneo cedendo nuovamente in semifinale, stavolta al cospetto dell’Italia di Prandelli, complice la doppietta di un Balotelli mai così decisivo.