Storia delle Nazionali - Argentina

Storia delle Nazionali - Argentina

© foto di Daniele Buffa/Image Sport
 di Oreste Giannetta articolo letto 1635 volte

Praticato in maniera sporadica già dal 1865, col Buenos Aires Cricket Club che nel 1867 da vita alla costola calcistica, il gioco del pallone in Argentina ha due padri, che lo crescono amorevolmente a partire dal 1880. Sono due professori inglesi, Alexander Watson Hutton e Isaac Newell, arrivati in Sudamerica per insegnare la loro lingua ai rampolli delle famiglie altolocate e che dunque hanno rapporti commerciali con la vecchia Europa, ma che finiscono per trasferire soprattutto la passione per uno sport che non può non attecchire in una nazione che diventerà una delle regine del calcio.

Mentre Watson Hutton, nella capitale, è tra i maggiori propulsori della nascita nel 1893 della Argentine Football Association League, che poi cambierà nome in Asociación del Futbol Argentino, Isaac Newell si trasferisce a Rosario, che diventa il secondo fulcro del nascente calcio rioplatense. Proprio a Rosario, nel 1905, nascerà il Newell’s Old Boys, che sarà formato proprio dagli ex alunni del professore inglese, tra i pochissimi dunque a poter vantare una squadra tanto famosa dedicata alla propria persona.

Pochi anni prima, nel 1901, in campionato inizia il dominio dell’Alumni, squadra della capitale fondata dagli allievi della English High School di Buenos Aires, in pratica gli allievi di Watson Hutton. E in quello stesso anno arriva anche l’esordio della nazionale, in realtà una formazione composta in massima parte da inglesi, che sfida a Montevideo la rappresentativa uruguayana, vincendo e dando l’avvio a una serie infinita di scontri andati spesso ben oltre la rivalità calcistica contro i dirimpettai dell’altra sponda del Rio de la Plata.

Il primo decennio del nuovo secolo vede anche la fioritura di squadre che poi faranno la storia del calcio argentino, dal River Plate, nel 1901, al Racing di Avellaneda, nel 1903, proseguendo col Boca Juniors, nel 1905. Tutte comunque ben più giovani del più antico club ancora esistente, il Gimnasia y Esgrima de La Plata, fondato nel 1887.

Dopo l’affiliazione alla FIFA del 1912 l’Argentina negli anni Venti comincia già a raccogliere i primi risultati di rilievo. Vince il Campionato Sudamericano, l’antenato della Copa América, per ben quattro volte in otto edizioni tra il 1921 e il 1929, conquistando poi la medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1928, sconfitta nella ripetizione della finale proprio dall’Uruguay, nonostante la rete di Luisito Monti. L’entusiasmo è grande in vista del primo mondiale che ospiteranno proprio i vicini. L’Argentina segna 16 gol nelle prime 4 partite, ma in finale deve arrendersi un’altra volta ai padroni di casa. Gli anni Trenta, poi, porteranno un’altra affermazione nel torneo continentale e poco altro, con una deludente partecipazione al mondiale italiano, disputato con una squadra di amatori.

Il dopoguerra è un periodo di difficile ricostruzione. La huelga del 1948, lo sciopero scoppiato per ragioni di salario troppo basso, soprattutto contrapposto alle mirabolanti offerte in arrivo dai club europei sempre più voraci di campioni sudamericani, vede la partenza dal campionato nazionale di quasi tutti i più grandi giocatori dell’epoca, da Alfredo Di Stéfano a Néstor Rossi, passando per Adolfo Pedernera, leader de La Maquina, un gruppo di fuoriclasse che negli anni Quaranta avevano fatto grande il River Plate, contribuendo alle quattro affermazioni in cinque edizioni della Copa América tra 1941 e 1947.

La Selección non si riprende tanto facilmente, anche se negli anni Cinquanta arrivano altri tre titoli continentali. A livello di mondiali, però, si contano le figuracce nelle edizioni del 1958 e del 1962, chiuse entrambe al primo turno con un solo successo, e i quarti raggiunti nel 1966 grazie ai gol di Luis Artime, centravanti del River che però nulla potrà contro i padroni di casa inglesi.

Il punto più basso arriva però quattro anni dopo, al termine di un decennio che ha visto di contro le squadre di club dominare la giovane Copa Libertadores con le vittorie in serie soprattutto di Independiente ed Estudiantes, poi protagoniste di vere e proprie battaglie con le formazioni europee in Coppa Intercontinentale. La nazionale, invece, esce incredibilmente di scena nelle qualificazioni al mondiale messicano finendo ultima in un gironcino con Perù e Bolivia. Dopo un interlocutorio mondiale tedesco, nel quale l’Argentina elimina l’Italia al primo turno, salvo poi cedere senza reagire a Olanda e Brasile, è tempo di Argentina 78.

Ci sono voluti 50 anni, ma alla fine il torneo iridato è sbarcato nella terra del tango. La giunta militare al governo ha due obiettivi, far credere al mondo che nel Paese tutto sia sotto controllo e portare sul trono del calcio la selezione guidata dall’ambizioso César Luis Menotti in panchina e da Daniel Passarella e Mario Alberto Kempes in campo. Andrà tutto come previsto, anche se la giovane Italia di Bearzot infliggerà ai padroni di casa una piccola ferita nel primo turno. Ma la macchia più grande arriverà nel secondo turno, con la sospetta e decisiva goleada contro il Perù del portiere argentino di nascita Ramon Quiroga, per sua stessa ammissione, anni dopo, decisamente “morbido” nel suo approccio al match. Seguirà una finale vinta solo ai supplementari contro l’Olanda, capace quasi di fare il colpaccio nonostante tutto, e l’inevitabile festa per un titolo iridato tanto atteso.

Il decennio che segue è marchiato a fuoco dalla figura di Diego Armando Maradona, per molti il più grande calciatore mai esistito. Mancato il successo del 1978 perché ancora troppo giovane, nel 1982 Maradona delude come i compagni, in un torneo chiuso nella seconda fase a braccetto col Brasile e alle spalle della sorprendente Italia, futura campione. Il 1986, però, è il suo anno, forte anche dell’esperienza accumulata in Europa con le maglie di Barcellona e Napoli.

In Messico il Pibe de Oro parte piano, ma non c’è bisogno di lui per passare il primo turno e anche l’ottavo con l’Uruguay. Il suo apporto serve ai quarti contro l’Inghilterra, per una sfida che in quegli anni vuol dire ben altro, oltre a una partita di pallone. La decide con due reti che ne riassumono la storia personale. Prima diavolo, con un tocco di mano malandrino, poi angelo danzante tra le maglie dei difensori inglesi, per il gol del secolo. Ancora una doppietta per regolare il Belgio in semifinale e nella gara decisiva si limita a fare l’assistman per la rete decisiva di Jorge Burruchaga, ex stella dell’Independiente e impegnato in una avventura senza molti squilli in Francia. Figura che ben riassume una squadra, quella argentina, di certo non di altissimo livello, ma trascinata al titolo da un autentico One Man Show.

La fine dell’epoca di Maradona è agonizzante, più che netta. Nel 1990 riesce ancora a portare una squadra brutta da vedere fino alla finale, beffando l’Italia padrona di casa ai calci di rigore in semifinale, per poi cedere alla Germania proprio con un calcio di rigore, molto dubbio a dir la verità. Nel 1994 l’Argentina parte forte, vince le prime due partite, poi Maradona viene trovato positivo a un controllo antidoping e senza il suo faro una squadra comunque discreta esce agli ottavi per mano della Romania.

E che la squadra fosse ricca di buone individualità l’aveva dimostrato vincendo la Copa América per due volte di fila, nel 1991 e nel 1993, dopo un digiuno durato oltre 30 anni, trascinata in entrambi i casi dai gol di Gabriel Batistuta, centravanti passato proprio nel 1991 alla Fiorentina e lì esploso fino a vette di rendimento impressionanti dopo un primo impatto difficile.

Dall’epoca di Maradona, chiusa in maniera così traumatica nel 1994, l’Argentina non si è ancora del tutto ripresa. Infatti è ancora a secco di vittorie a livello continentale e manca dalle semifinali mondiali proprio da quel 1990. Un’astinenza che sembra incredibile considerando i numerosi campioni che sono sbocciati in questi ultimi due decenni e che hanno fatto grande soprattutto il Boca Juniors, vincitore di quattro edizioni della Copa Libertadores tra 2000 e 2007. Una generazione di fenomeni che ha raccolto allori anche a livello giovanile, portando l’oro olimpico a Buenos Aires per due volte di fila, nel 2004 e nel 2008.

In Coppa del Mondo, invece, solo delusioni, con quasi sempre i quarti di finale come muro invalicabile. Tranne nel 2002, quando addirittura arriva l’eliminazione al primo turno per mano di Inghilterra e Svezia, pur avendo in rosa nomi come Batistuta, Crespo, Verón, Zanetti, Samuel, Simeone e tanti altri protagonisti nei maggiori club europei. Non andrà molto meglio alla successiva generazione, capitanata da Leo Messi, di sicuro la gemma più fulgida di questo primo scorcio di nuovo millennio, stoppata ai quarti sia nel 2006, ai rigori dalla Germania padrona di casa, sia nel 2010, sempre al cospetto dei tedeschi, stavolta però travolgenti con un clamoroso 4-0.

Per Messi e compagni come Aguero, Higuaín, Di María, Lavezzi e tanti altri che in Europa raccolgono allori ovunque, quella del mondiale in casa dello scomodo vicino brasiliano rischia di diventare l’ultima occasione per entrare nella storia e scalzare così il macigno di un’eredità, quella di Maradona, che ogni anno che passa diventa sempre più pesante.