Storia della Nazionale italiana - seconda parte

Storia della Nazionale italiana - seconda parte

© foto di Luigi Gasia
 di Oreste Giannetta articolo letto 1741 volte

DECENNI BUI - Alla ripresa delle attività, dopo il conflitto mondiale, l’Italia è un Paese piegato da ferite inenarrabili. A tirarla su ci pensa il Grande Torino, che domina il panorama calcistico vincendo i primi quattro titoli nazionali, ai quali va aggiunto l’ultimo disputato prima dell’interruzione, nel 1943.

Come ovvio che sia, il Torino forma l’ossatura della nazionale, anzi va oltre, visto che in una gara del 1947 sono granata ben dieci degli undici titolari schierati in campo. C’è insomma speranza di ben figurare ai mondiali del 1950, ai quali l’Italia è ammessa di diritto come campione in carica, ma il destino è dietro l’angolo.

Nel 1948 Vittorio Pozzo è costretto a lasciare l’incarico da C.T., complici alcuni risultati negativi. Il suo posto è preso da Ferruccio Novo, presidente e di fatto creatore del Grande Torino, dunque nulla cambia sull’influenza dei granata nella formazione azzurra. Fino a quel fatale 4 maggio 1949, quando Valentino Mazzola e compagni periscono nello schianto del loro aereo a Superga.

In Brasile, nel 1950, ci si va con una formazione raffazzonata e poco esperta. Per di più ci si va in nave, perché adesso la paura dei viaggi aerei in Italia è altissima. Quella che sbarca in Sudamerica è una squadra stanca e sfiduciata, di fatto fuori già dopo la sconfitta all’esordio contro un’ottima Svezia, e a nulla serve il successo sul Paraguay nella seconda gara. Si torna subito a casa, l’epoca dei campionissimi degli anni Trenta è più che mai lontana.

E sarà così per quasi due decenni nei quali l’Italia va incontro a delusioni e, spesso e volentieri, a figuracce. Nel 1954 e nel 1962 cede al primo turno ai padroni di casa svizzeri e cileni, pur con qualche recriminazione per arbitraggi a sfavore, ma certo con la consapevolezza di aver perso contro avversari alla portata. Nel 1958 va pure peggio, visto che per la prima volta l’Italia non si qualifica alla fase finale di una Coppa del Mondo. A precedere gli azzurri è l’Irlanda del Nord, alla sua prima presenza in un mondiale.

Le delusioni proseguono e toccano l’apice nel 1966, con l’ormai leggendaria eliminazione al primo turno per opera della Corea del Nord. In realtà, anche se non mancano le colpe del tecnico Edmondo Fabbri, detto Mondino, i coreani non sono una formazione di sprovveduti e lo confermeranno dando del filo da torcere al Portogallo di Eusebio. Quell’eliminazione comunque è la goccia che fa traboccare il vaso. La FIGC decide di stoppare l’afflusso di stranieri per permettere ai calciatori italiani di avere maggior spazio nelle squadre principali che, va detto, negli anni Sessanta sono protagoniste a livello internazionale con le Coppe dei Campioni vinte da Milan e Inter. Dopo un breve interregno in compagnia di Helenio Herrera, sulla panchina dell’Italia si siede Ferruccio Valcareggi, ex giocatore, tra le altre, di Fiorentina, Milan e Bologna. Vi resterà per sette anni, portando finalmente la nazionale fuori dal tunnel.

LUNGA VITA AI MESSICANI - Il suo primo impegno è la qualificazione per gli Europei del 1968, conquistata battendo in rimonta la Bulgaria allo spareggio. Ottenuta l’organizzazione della fase finale a quattro, l’Italia ospita a Napoli l’URSS per la semifinale. Il risultato non si sblocca dallo 0-0 fino alla fine dei supplementari e per la prima e unica volta nella storia delle maggiori competizioni internazionali è necessario affidare la scelta della vincitrice al lancio di una monetina. Per fortuna il capitano Facchetti indovina la faccia giusta ed è finalissima. A Roma la Jugoslavia gioca meglio, va in vantaggio e sogna la vittoria, ma una punizione di Domenghini nel finale manda tutti alla ripetizione di due giorni dopo. Al contrario del collega, Valcareggi decide di inserire uomini freschi, tra i quali De Sisti, Mazzola e Riva. Proprio quest’ultimo apre le marcature e col raddoppio di Anastasi alla mezzora il destino del match è segnato. L’Italia è campione d’Europa e dopo 30 anni esce dal periodo più buio della sua storia.

Due anni dopo si va in Messico per il mondiale, come tradizione tra le polemiche con la contrapposizione tra i blocchi interista e milanista. Nella prima fase lo “spettacolo” offerto dagli azzurri è dimenticabile. Un solo gol, di Domenghini, nella vittoria sulla Svezia e poi due pareggi senza reti che comunque bastano per il primo posto. La svolta arriva nell’intervallo del quarto di finale contro i padroni di casa, sul punteggio di 1-1 agguantato solo grazie a un autogol. Valcareggi vara la “staffetta”, sostituendo Mazzola con Rivera, che sfodera una prestazione eccezionale e guida i suoi al 4-1 finale riaccendendo l’entusiasmo. In semifinale c’è la Germania Ovest vicecampione in carica. Boninsegna sblocca subito il punteggio, all’intervallo Valcareggi replica la “staffetta” ma stavolta non sembra andare come deve, visto che sono i tedeschi a tornare in partita allo scadere con una rete del terzino milanista Schnellinger. Un gol che permette di assistere ai tempi supplementari più spettacolari di sempre, con un continuo susseguirsi di emozioni e ben cinque reti segnate, l’ultima proprio da Rivera che regala la finalissima col Brasile. Contro Pelé e la tecnica degli altri fuoriclasse verdeoro ci sarà poco da fare, ma le polemiche non mancheranno, visto che stavolta Valcareggi si dimenticherà Rivera in panchina fino a cinque minuti dal termine. La delusione del successivo torneo iridato, chiuso al primo turno battendo il solo Haiti porta all’addio del tecnico. Lo rimpiazza Bernardini, che col suo vice Bearzot pensiona i “messicani” e comincia a programmare il futuro prima di lasciare il campo, nel 1977, al solo tecnico friulano.