Storia della Nazionale italiana - prima parte

Storia della Nazionale italiana - prima parte

 di Oreste Giannetta articolo letto 2423 volte

LE ORIGINI - Ne è passato di tempo dal Trattato del Giuoco della Palla di Antonio Scaino, dato alle stampe in quel di Firenze nel 1555. Il calcio fiorentino non sarà il più antico tra i giochi che vedevano “trattare coi piedi” un pallone, ma certifica che la nostra penisola si può vantare di essere tra i luoghi dove il calcio è maggiormente radicato nel DNA della sua popolazione.

Il calcio moderno, il football, sbarca nei porti italiani tre secoli dopo. Genova è la città fulcro del movimento. Il Genoa Cricket and Football Club, che nasce nel 1893, è la più antica società ancora esistente ed è tra le protagoniste del primo campionato nazionale. Anzi, ne è la vincitrice. Siamo nel 1898 e l’anno dopo, indossando l’allora divisa del club genovese, a righe bianco blu, una selezione di calciatori provenienti da Genoa e Internazionale Torino disputa nel capoluogo piemontese il primo incontro internazionale del calcio italiano, perdendo 2-0 contro una selezione svizzera.

La svolta decisiva che porta alla nascita della nazionale arriva nel 1909. La Federazione Italiana del Foot-ball, iscritta alla FIFA già dal 1905, cambia nome e diventa Federazione Italiana Giuoco Calcio. L’anno dopo, in primavera, è previsto il congresso della FIFA proprio a Milano e i dirigenti italiani capiscono che è il momento migliore per dare vita finalmente a una rappresentativa nazionale come già successo nei Paesi vicini. Il varo non è certo indolore, intanto perché vengono esclusi i calciatori della fortissima Pro Vercelli, in polemica con la Federazione, poi perché la stampa non gradisce le scelte della commissione. Sia come sia, il 15 maggio si scende in campo contro la Francia e il facile successo per 6-2 calma un po’ le acque. Non molto, siamo pur sempre in Italia.

Dopo le prime due partite in maglia bianca si decide finalmente di adottare la divisa blu Savoia, per onorare la casa regnante, o forse solamente la bellezza del cielo azzurro d’Italia. Sotto il cielo di Milano, però, l’Ungheria si dimostra di ben altra pasta rispetto ai francesi (già si era imposta 6-1 a Budapest) e vince per 1-0. Poco importa, il cammino è iniziato.

GLI ANNI D’ORO DI POZZO - L’uomo destinato a trasformare la nazionale italiana da rappresentativa minore, spesso snobbata, in una potenza del calcio mondiale è Vittorio Pozzo, giocatore in Svizzera col Grasshoppers e poi nel Torino, che contribuirà a fondare e che poi allenerà . Nel 1912 viene chiamato una prima volta a guidare la spedizione olimpica a Stoccolma, fallimentare, ma non per colpe sue. Tornerà a più riprese, l’ultima volta nel 1929, dopo il buon bronzo olimpico conquistato ad Amsterdam.

L’Italia è impegnata nella Coppa Internazionale, un torneo che si disputa in più anni e che di fatto è l’antenato del Campionato Europeo, visto che vede in campo, oltre agli azzurri, Austria, Svizzera, Cecoslovacchia e Ungheria, i Paesi più all’avanguardia nel continente, esclusi ovviamente i maestri britannici. L’Italia fa suo il trofeo all’ultima giornata, nel maggio del 1930, travolgendo l’Ungheria a domicilio e sorpassando in un sol colpo Austria e Cecoslovacchia, appaiate in vetta. Il leader di quella squadra è Julio Libonatti, vincitore di una Copa América con l’Argentina, prima di approdare al Torino e diventare il primo oriundo nella storia del nostro calcio.

Saltato il primo mondiale disputato in Uruguay, l’Italia ottiene l’organizzazione della seconda edizione, nel 1934, ma deve comunque superare l’ostacolo delle qualificazioni. Ostacolo in realtà ben poco impegnativo, come conferma il 4-0 alla Grecia. Pozzo sa che il regime fascista gli impone un solo risultato, la vittoria e la dimostrazione della forza e destrezza del popolo italico. Mette su una squadra rocciosa, impostata su Luisito Monti, altro oriundo portato in Italia dalla Juventus che anche grazie a lui vincerà cinque scudetti di fila. Quattro anni prima Monti aveva disputato la finale con l’Argentina, sarà dunque il primo e l’unico a disputare due finali mondiali con due nazionali diverse.

Il debutto contro gli Stati Uniti è più morbido ancora delle qualificazioni. 7-1 con tripletta di Schiavio, bandiera del Bologna “che tremare il mondo fa”, vincitore di due Mitropa Cup, la Coppa dei Campioni dell’epoca. Le difficoltà arrivano ai quarti contro la Spagna del quasi insuperabile portiere Ricardo Zamora. La gara termina in pareggio e c’è bisogno della ripetizione, disputata il giorno dopo. Gli spagnoli cambiano molti uomini e i rincalzi non si dimostrano altrettanto all’altezza dei titolari. Un gol di Meazza, il “balilla” dell’Inter, già allora il più amato dal pubblico, soprattutto femminile, manda gli azzurri in semifinale dove ad attenderli c’è la temibile Austria di Sindelar. Ancora una volta basta un gol, stavolta dell’oriundo Guaita, che l’anno prima ha lasciato l’Estudiantes per la Roma. Gli austriaci protestano ritenendo la rete irregolare e per altre decisioni arbitrali, ma in finale ci va l’Italia.

E in finale c’è la Cecoslovacchia, che avrà anch’essa da recriminare, visto che va in vantaggio, ma viene raggiunta nel finale da Raimundo Orsi, formidabile ala sinistra, anche lui argentino di nascita, che la Juventus ha portato in Italia dall’Independiente nel 1928. Un gol di Schiavio al quinto minuto dei supplementari vale l’apoteosi. L’Italia è campione del mondo, gli avversari avanzano sospetti di un atteggiamento troppo favorevole da parte degli arbitri, che chiudono un occhio sul gioco spesso troppo irruento degli azzurri, ma poco importa.

La conferma della superiorità arriva col bis in Coppa Internazionale, l’anno dopo. Stavolta è un dominio fin dalle prime partite e la competitività del calcio italiano ai massimi livelli viene certificata da… una sconfitta, quella a Highbury nel novembre del 1934 con gli azzurri in dieci per quasi tutta la partita, causa infortunio a Monti, che cedono solo per 3-2 ai maestri inglesi. Quegli undici, usciti dal campo tra gli applausi del pubblico di casa, saranno per sempre i Leoni di Highbury.

La messe di vittorie non conosce soste. Nel 1936 l’Italia vola a Berlino per le Olimpiadi con una formazione imbottita di studenti universitari, per rispettare i dettami del dilettantismo olimpico, ma Pozzo non fa una piega. Stati Uniti, Giappone, Norvegia e infine Austria vengono tutte battute. In finale decide la doppietta di Annibale Frossi, che è anche il capocannoniere con 7 reti in 4 gare, e che il tecnico ha pescato a L’Aquila, in B. Con quell’exploit Frossi si guadagnerà l’ingaggio all’Inter, con la quale vincerà due campionati.

L’ultimo atto è il mondiale del 1938 in Francia, che si occupa anche di dissipare tutti i residui dubbi sul primo successo iridato. Le uniche difficoltà sono quelle all’esordio contro la Norvegia, battuta solo ai supplementari da una rete di Silvio Piola, bomber della Lazio ancora oggi numero uno per gol segnati in Serie A. Sempre lui sigla una doppietta nel successo contro la Francia padrona di casa, un match disputato in un clima apertamente ostile causa la presenza sugli spalti di numerosi esuli fuggiti oltralpe perché contrari al regime fascista. In semifinale il Brasile ci da una mano non schierando il suo uomo migliore, il capocannoniere Leônidas, mentre la finale contro l’Ungheria è a senso unico. Il 4-2 non rispecchia la superiorità degli azzurri, a segno con due doppiette di Piola e di Gino Colaussi, ala sinistra della Triestina. La guerra chiuderà il ciclo di una squadra comunque avanti con l’età, ma che avrebbe meritato di difendere sul campo i suoi titoli.